L’Eclissi della Terra e la Danza delle Fiamme: Il Cinema Ancestrale di Oliver Laxe in “Verrà il Fuoco”
C’è qualcosa di profondamente atavico nel cinema di Oliver Laxe, una tensione che sembra scaturire direttamente dalle radici degli alberi e dal fumo delle valli galiziane. Con O Que Arde (distribuito in Italia da EXIT med!a con il titolo Verrà il fuoco), il regista franco-spagnolo non si limita a raccontare una storia di cronaca rurale, ma mette in scena una vera e propria elegia funebre per un mondo che svanisce, consumato non solo dalle fiamme, ma dall’oblio e dal sospetto.
Premiato a Cannes nel 2019 e finalmente pronto a una nuova circuitazione che ne ribadisce l’immortalità visiva, il film è un’esperienza sensoriale che sfida le convenzioni della narrazione tradizionale per abbracciare la pura potenza dell’immagine e del suono.
Il Ritorno del Figlio Prodigo: Un’Odissea di Silenzi e Sospetti
La trama di Verrà il fuoco è, all’apparenza, di una semplicità disarmante. Amador Coro, un uomo dai lineamenti scavati e dallo sguardo indecifrabile, esce di prigione dopo aver scontato una pena per aver appiccato un incendio che ha devastato la zona. Amador non è un eroe, né un cattivo da manuale; è un’anima errante che fa ritorno alla sua casa d’infanzia, un piccolo borgo tra le montagne della Galizia dove il tempo sembra essersi fermato.
Ad attenderlo c’è Benedicta, la madre anziana, una donna che incarna la resilienza della terra stessa. Il loro incontro non è fatto di spiegazioni o riconciliazioni lacrimose, ma di gesti quotidiani: accudire le vacche, riparare i muri a secco, mangiare una zuppa in silenzio mentre fuori la pioggia batte incessante sul tetto di ardesia. Laxe sceglie la sottrazione comunicativa per elevare la carica emotiva: ogni ruga sul volto di Benedicta racconta una storia di sofferenza accettata con dignità stoica.
Tuttavia, il ritorno di Amador non è privo di ombre. Il villaggio non ha dimenticato. Il sospetto aleggia come la nebbia tra gli eucalipti: ogni volta che l’orizzonte si tinge di arancione, gli occhi della comunità si volgono verso di lui. È qui che il film esplora la psicologia dello stigma: come può un uomo ricostruirsi se il mondo intorno a lui ha già deciso che la sua natura è distruttiva?
Lois e l’Inferno in Terra: La Prospettiva del Pompiere
A fare da contrappunto alla vita contemplativa di Amador e Benedicta c’è la figura di Lois, un giovane pompiere che rappresenta il braccio operativo della società contro la furia della natura. Se la prima parte del film è immersa nel verde umido e nel grigio plumbeo della Galizia, la seconda metà è un’immersione brutale nell’arancione e nel nero della cenere.
Lois non è solo un personaggio funzionale; è la lente attraverso cui spettatore vede l’orrore e la bellezza ipnotica del fuoco. Le sequenze in cui Lois e la sua squadra si addentrano nella foresta in fiamme sono tra le più potenti viste nel cinema contemporaneo. Qui, Laxe abbandona il realismo sociale per sconfinare quasi nel genere horror-astratto. Il fuoco non è solo un elemento chimico, ma una creatura mitologica, un mostro che ruggisce e divora tutto ciò che incontra.
L’Estetica del Cinema Materico: Tecnica e Fotografia
Uno degli aspetti più straordinari di O Que Arde è la sua qualità materica. Girato in pellicola 16mm da Mauro Herce (un collaboratore abituale di Laxe e un genio della luce naturale), il film possiede una grana che rende tangibile la terra, la pelle e il fumo. La scelta della pellicola non è un vezzo nostalgico, ma una necessità estetica: la luce del fuoco sul 16mm ha una vibrazione organica che il digitale non riesce a replicare, creando un contrasto netto tra la freddezza della pioggia galiziana e il calore infernale dell’incendio.
L’incipit del film è già un capolavoro di cinematografia: una sequenza notturna in cui enormi ruspe abbattono alberi di eucalipto con la precisione spietata di macchine aliene. È una scena priva di dialoghi, quasi fantascientifica, che stabilisce immediatamente il tema del dominio e della distruzione della natura da parte dell’uomo.
La regia di Oliver Laxe è bressoniana nel suo rigore. Non ci sono movimenti di camera superflui, non c’è una colonna sonora invasiva (l’uso sporadico e magistrale di brani classici e folk serve solo a sottolineare la sacralità dei momenti). Il sound design è invece protagonista assoluto: il fruscio delle foglie, il muggito delle vacche, il crepitio sinistro delle fiamme creano un’architettura sonora che avvolge lo spettatore, trascinandolo in una dimensione quasi ipnotica.
Cast: La Verità dei Volti Non Professionali
Laxe prosegue la sua ricerca di autenticità affidandosi a attori non professionisti. Amador Arias (Amador) e Benedicta Sánchez (Benedicta) non interpretano dei personaggi; essi sono il territorio. Benedicta Sánchez, in particolare, è una rivelazione: la sua performance le è valsa il Premio Goya come miglior attrice esordiente a 84 anni. La sua capacità di trasmettere amore materno e rassegnazione attraverso un semplice sguardo rivolto a una vacca incastrata nel fango è una lezione di recitazione per sottrazione.
Questa scelta castale permette al film di evitare i cliché del dramma rurale. Non c’è traccia di macchiettismo. Gli abitanti del villaggio, con i loro dialoghi scarni e le loro diffidenze, sono ritratti con una onestà che sfiora il documentario, rendendo il tragico finale ancora più inevitabile e doloroso.
Il Simbolismo del “Misterioso Fuoco”
Perché Amador appicca gli incendi? Il film non risponde mai esplicitamente a questa domanda, ed è questa la sua forza. Il fuoco in Laxe è un simbolo polisemico. È distruzione, certo, ma è anche purificazione. È una ribellione contro un mondo che sta morendo, un grido di dolore di chi si sente invisibile.
C’è una connessione mistica tra Amador e l’elemento fuoco. Egli sembra quasi un sacerdote di un culto dimenticato, qualcuno che libera l’energia accumulata nella terra. Allo stesso tempo, il fuoco è il grande livellatore: non distingue tra colpevoli e innocenti, brucia la casa del ricco e la stalla del povero. Lois, il pompiere, è l’unico che prova a domare questo caos, ma il film suggerisce che la battaglia dell’uomo contro la natura sia destinata alla sconfitta, o almeno a una tregua armata molto fragile.
Un’Accoglienza Trionfale tra Critica e Pubblico
Non è un caso che Verrà il fuoco abbia ottenuto un punteggio del 90% su Rotten Tomatoes e un solido 73 su Metacritic. La critica internazionale ha riconosciuto in Oliver Laxe una delle voci più originali del panorama europeo. Sebbene il pubblico di massa (come indicato dal 6.7 su IMDb) possa trovare il ritmo del film “lento”, è proprio questa lentezza che permette ai temi di sedimentare.
Il premio vinto a Cannes nella sezione Un Certain Regard ha consacrato il film come un’opera necessaria, capace di parlare di ecologia, solitudine e società senza mai cadere nella retorica o nel didascalismo. È un film che richiede pazienza, ma che ripaga lo spettatore con immagini che restano impresse nella retina per giorni.
Il Paesaggio come Protagonista Politico
La Galizia di Laxe non è una cartolina turistica. È una terra dura, bagnata, che sta subendo una trasformazione silenziosa ma violenta. L’introduzione dell’eucalipto (una pianta aliena e altamente infiammabile) è un tema politico sottotraccia nel film. Il paesaggio è vittima di una gestione umana scellerata, e gli incendi ne sono la conseguenza fisica.
In questo senso, O Que Arde è un film profondamente politico nel suo essere poetico. Ci parla della fine di un modello di vita contadino e dell’avanzata di una modernità che non sa come gestire la memoria del passato. Amador e Benedicta sono gli ultimi guardiani di un tempio che sta bruciando.
Valutazione Globale: Un Capolavoro di Luce e Ombra
Verrà il fuoco è un’opera rara. È un film che ha il coraggio di essere breve (90 minuti densissimi) e di lasciare allo spettatore il compito di colmare i vuoti narrativi. Oliver Laxe si conferma un maestro del “cinema dell’anima”, capace di trasformare un fatto di cronaca in un mito universale.
La bellezza delle immagini, unita alla straziante verità dei suoi interpreti, rende questo film una visione imprescindibile per chiunque creda ancora nel cinema come forma d’arte pura, capace di bruciare le barriere tra realtà e finzione.
Punti di Forza:
- Fotografia sublime: L’uso del 16mm regala una texture unica.
- Recitazione autentica: Benedicta Sánchez è il cuore pulsante del film.
- Regia rigorosa: Laxe evita ogni sensazionalismo.
- Sound design immersivo: Il fuoco non è mai stato così “udibile”.
Punti di Debolezza:
- Ritmo contemplativo: Può risultare ostico per chi cerca una narrazione convenzionale o adrenalinica.
Voto del Critico: 9 / 10
Giudizio Finale: Verrà il fuoco è un incendio dei sensi. Un film che scotta, che sporca di cenere i pensieri e che costringe a guardare nell’abisso della nostra solitudine e del nostro rapporto spezzato con la natura. Un’opera fondamentale del cinema europeo contemporaneo.

