Google Gemini e Diritto d’Autore: il Parere della Corte UE

Digital illustration of a human brain, quill, and wooden gavel superimposed over the blue European Union flag.
Exploring the intersection of Google Gemini and EU copyright law.

La causa Like Company contro Google Gemini: il diritto d’autore nell’era dell’IA

Il panorama dell’informazione digitale sta vivendo una fase di profondo cambiamento, segnata da un confronto legale senza precedenti che potrebbe ridefinire le regole del web. Al centro della discussione vi è il parere presentato il 3 novembre 2026 da Maciej Szpunar, primo avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, nell’ambito della causa C-250/25, nota come Like Company contro Google Gemini.

Questa vicenda solleva una questione fondamentale per l’intero ecosistema editoriale: in che misura i chatbot basati su intelligenza artificiale possono attingere dai contenuti giornalistici senza violare il diritto d’autore europeo?

Il cuore del conflitto: l’uso dei contenuti protetti

La disputa legale nasce dall’iniziativa della società ungherese Like Company, che ha sollevato dubbi cruciali riguardo al modo in cui Google Gemini elabora e restituisce le informazioni agli utenti. Il problema non risiede nel fatto che un’intelligenza artificiale riassuma o racconti una notizia di cronaca – un’attività che, di per sé, rientra nel libero accesso all’informazione – ma nelle modalità tecniche e sostanziali con cui il modello recupera, rielabora e, in molti casi, replica l’espressione originale di un articolo.

Secondo quanto evidenziato da Szpunar, il modo in cui il chatbot costruisce le proprie risposte potrebbe interferire direttamente con i diritti di sfruttamento economico degli editori. Quando un’IA “legge” un articolo e ne estrapola i tratti distintivi, lo stile e la struttura narrativa per generare un testo sintetico, si pone il problema di comprendere se tale operazione costituisca una riproduzione indebita che esula dalle eccezioni previste per il diritto di citazione o per finalità di analisi.

Perché il parere di Szpunar è cruciale per l’editoria

Per chi gestisce quotidiani, blog e portali d’informazione, la posta in gioco è altissima. Il fenomeno della cosiddetta “risposta a zero clic” è ormai sotto gli occhi di tutti: l’utente interroga il chatbot, riceve una risposta esaustiva e completa e non ha più alcun motivo di cliccare sul link originale della fonte.

Questo meccanismo crea un cortocircuito economico evidente:

  1. Costi editoriali: L’editore investe tempo, risorse e competenze per produrre un contenuto originale e verificato.
  2. Assenza di traffico: L’utente ottiene l’informazione “già pronta” direttamente dall’interfaccia di Google Gemini, senza mai visitare il sito dell’editore.
  3. Mancanza di monetizzazione: Senza visite, gli editori perdono non solo la visibilità necessaria per la crescita del brand, ma anche i ricavi pubblicitari che sostengono il lavoro giornalistico.

Il parere di Maciej Szpunar riconosce che il diritto d’autore europeo non può rimanere indifferente di fronte a questa dinamica, poiché il valore aggiunto dell’informazione non può essere drenato dalle piattaforme tecnologiche a scapito di chi quell’informazione la genera quotidianamente.

La natura del parere: tra attesa e cautela

È fondamentale specificare che, nonostante l’autorevolezza dell’avvocato generale, il documento depositato il 3 novembre 2026 non costituisce una sentenza definitiva. Si tratta di un passaggio procedurale importante, ma non vincolante per la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE).

La Corte avrà ora il compito di valutare le argomentazioni, esaminare le implicazioni tecniche del funzionamento dei modelli di linguaggio (LLM) e giungere a una decisione. La causa Like Company contro Google Gemini rappresenta quindi un banco di prova per i giudici europei: dovranno bilanciare l’esigenza di promuovere l’innovazione tecnologica con quella, altrettanto necessaria, di tutelare il pluralismo informativo e la sostenibilità economica dell’industria editoriale.

Cosa significa questo per il futuro del giornalismo digitale?

Indipendentemente dall’esito finale della sentenza, il dibattito aperto da questo caso legale pone le basi per una nuova regolamentazione. Il futuro dell’IA generativa dovrà necessariamente passare attraverso un modello più equo di distribuzione del valore. Diverse opzioni sono sul tavolo, e il settore si sta muovendo in direzioni differenti:

  • Accordi di licenza: Sempre più editori stanno cercando di stipulare accordi diretti con i giganti tecnologici, facendosi pagare per l’addestramento dei modelli di IA sui propri database di articoli.
  • Tecnologie di blocco: Alcuni siti hanno iniziato a implementare protocolli (come i file robots.txt aggiornati) per impedire ai bot di crawling di scansionare i propri contenuti, cercando di limitare il web scraping selvaggio.
  • Standard di trasparenza: Si chiede a gran voce che le piattaforme IA dichiarino esplicitamente le fonti utilizzate per ogni risposta, restituendo così un minimo di visibilità (e traffico) agli autori originali.

Il ruolo della direttiva sul copyright

Il contesto normativo europeo è già oggi molto più rigoroso rispetto a quello di altre aree geografiche. La Direttiva Copyright nel Mercato Unico Digitale (2019/790) è stata progettata proprio per garantire che gli editori ricevano un compenso equo per l’utilizzo dei loro contenuti da parte dei servizi della società dell’informazione.

Tuttavia, quando questa normativa è stata scritta, la portata degli attuali strumenti di intelligenza artificiale non era del tutto prevedibile. Il caso della causa Like Company contro Google Gemini funge quindi da “stress test” per interpretare le norme esistenti alla luce delle nuove tecnologie di elaborazione del linguaggio naturale.

Conclusione: un momento di svolta

Siamo di fronte a un bivio. Se il sistema dovesse continuare a permettere ai chatbot di utilizzare contenuti protetti senza alcuna compensazione o riconoscimento della fonte, rischieremmo una desertificazione dell’informazione online: se gli editori non possono sopravvivere, la qualità dei contenuti da cui le stesse IA attingono scenderà inevitabilmente, impoverendo l’intero ecosistema informativo globale.

Il parere di Maciej Szpunar è un segnale chiaro: l’intelligenza artificiale non può agire in un vuoto legislativo. La protezione del diritto d’autore, in questo caso, non è solo una tutela della proprietà intellettuale, ma una difesa della democrazia stessa, che si nutre del lavoro professionale di giornalisti, redattori e ricercatori. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha l’opportunità di stabilire un principio fondamentale: il progresso tecnologico deve marciare di pari passo con il rispetto per il lavoro umano, garantendo che chi crea informazione venga sempre messo nelle condizioni di poter continuare a farlo.

La comunità internazionale osserverà con estrema attenzione le prossime fasi della causa. Per gli editori, i blog e le testate giornalistiche, il tempo della passiva accettazione delle dinamiche algoritmiche è finito: il diritto d’autore è tornato a essere, giustamente, la frontiera su cui si giocherà la sopravvivenza del giornalismo nell’era della rivoluzione digitale.

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